Il ritratto di Dorian Gray
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Corse a passo svelto verso casa, girò la chiave del portone centrale come non faceva ormai da anni e in un attimo si precipitò nella sala di sopra.
Avrebbe guardato il suo ritratto per l'ultima volta, attentamente. Aprì le imposte della finestra per prendere un po' d'aria, facendosi strada con la luce fioca di una candela consunta per non svegliare la servitù che a quell'ora certo dormiva. Rimase per alcuni minuti fermo, praticamente impalato, davanti a quel drappo purpureo che copriva il quadro. Sentì il respiro farsi affannoso, con la mente che correva dietro agli interrogativi di Lord Enrico.

Prese una lente che Campbell aveva lasciato lì in giro dopo essersi disfatto del corpo di Basilio Hallward. Si avvicinò al quadro con le mani tremanti e, chiudendo gli occhi, tirò giù con violenza il panno. Per alcuni secondi si obbligò a non guardare, pregando con tutte le sue forze che il ritratto avesse riacquisito i tratti originali. Aprì di scatto gli occhi con il cuore pieno di speranza. Niente da fare, la situazione era ulteriormente peggiorata.
Com'erano cambiati gli occhi, le guance, i fini tratteggi delle labbra! Si concentrò sul sorriso dipinto, trasformatosi ormai in ghigno pauroso. Nemmeno il suo primo gesto di bontà dopo tanti anni era servito a ridare dignità a quell'immagine. La furbizia, l'ipocrisia, l'egoismo erano ormai i suoi riflessi imperanti.
Il sudore cominciò a bagnargli la fronte. Ascoltò il fiato della morte farsi sempre più vicino e solleticargli la schiena. Ma quel sorriso presentava qualcosa di strano. Provò a frenare l'ansia per fissare meglio quell'orrore che si prendeva beffa di lui. Una luce improvvisa gli attraversò gli occhi, ma se in altri tempi l'avrebbe fatto ridere e sospirare, ora si tramutava in un tramonto deluso.
Nel quadro non c'era più il suo sorriso, ma quello cinico di Enrico Wotton. Il suo fascino lo aveva ammaliato, senza più lasciarlo, sin dalla prima comparsa a casa del pittore. Le ginocchia cominciarono a tremare, facendolo cadere a terra.
Iniziò a respirare lentamente per allontanare questa sensazione soffocante di panico, scese di corsa giù a trangugiare un bicchiere di whisky che gli soffocasse quanto più possibile i pensieri e fargli sfuggire l'ultima idea di follia.
Sognò serpenti gialli e neri strisciare viscidi su quel quadro e petali di rose rinsecchiti cadere giù sul suo viso pallido, mentre donne nascondevano dietro il cappello i rossori dei loro ricordi.
Vide una ragazza che saltava gioiosa in mezzo alla campagna, innamorarsi di un uomo dalle sembianze sconosciute che mai mostrava il suo volto. Lei lo baciò sulle labbra e gli tenne la mano cercando di farsi accompagnare nei suoi movimenti senza senso, ma l'uomo restò fermo, immobile, dietro chissà quale pensiero.
Poi vide un enorme uragano farsi spazio tra le case e distruggere tutto quello che trovava intorno. Nulla resisteva al suo passaggio. Solo lui, Dorian, in mezzo al deserto di rovine e vetri rotti, che osservava senza comprendere la forza ciclica del vento.
Tre uomini, intanto, facevano irruzione nella sua casa gridando e urlando chissà in quale lingua ancora sconosciuta. Fece per alzarsi dal letto cercando di chiudere ogni porta in modo da guadagnare tempo sui malviventi. Sentì il cuore cominciare a pompare battiti frenetici finché non venne circondato dai furfanti che gli puntarono un fucile addosso. Pronti a sparare.
Tentò un'ultima via di fuga provando ad aprire di soprassalto gli occhi.
Si svegliò dal sonno tremando per la paura e madido di sudore. Rimase così, seduto sul divano, come se fosse in trance. Poi andò verso la libreria a cercare qualcosa.
Spostò alcuni libri insignificanti sulle ultime mode londinesi e, nel buio, si aggrappò a un vecchio libro, tenuto lì nascosto, anonimo, in mezzo a tanti altri libri.
Avido, tutto d'un fiato, si mise a leggere quelle pagine che gli erano state donate da Lord Enrico tanti anni prima. Gli occhi ripresero vita, mentre uno strano sorriso beffardo faceva capolino sul suo viso ancora giovane.
Riprese sonno placidamente e si svegliò che era ormai pomeriggio inoltrato. Si mise in strada con un'insolita tranquillità, si aggiustò un attimo i capelli di fronte ai vetri d'un bar, una spolveratina veloce ai vestiti e riprese il lento cammino verso il teatro.
Quella sera davano il Macbeth e sicuramente Lord Enrico sarebbe stato lì, al suo solito posto nella sua solita cabina. Entrò in sala proprio mentre un'attrice dalla voce poco soave declamava: Nascondi ciò che sono e aiutami a trovare la maschera più adatta alle mie intenzioni. Si stava dirigendo verso il palco di Lord Enrico quando lo vide, improvvisamente, venire verso di lui.
Caro Dorian, ti ho aspettato per tutto il pomeriggio al club e ora finalmente ti vedo.
Fece appena in tempo a finire la frase che Dorian si avventò su di lui con rabbia, mancando però il colpo.
Disperato e senza più forze, si avvinghiò al coltello che aveva portato con sé e lasciò che la lama penetrasse lentamente la sua pelle, mentre la mente si abbandonava alla giostra veloce dei ricordi. Non ti sembra inopportuno rovinare così un'opera ancora al primo atto? – esclamò con biasimo Lord Enrico – Non capisco voi giovani che morite d'ardore, dimenticandovi del piacere del divertissement. Con flebile voce che gli sgorgava dal petto, Dorian tirò fuori le sue ultime sillabe: - Il tuo cinismo in punta di morte mi uccide, ma il mio scherzetto ti ha distratto dalla noia quotidiana, Enrico, mentre il rimorso verrà ad accompagnarti, amorevole, fino ai tuoi ultimi istanti.
Dorian Gray invecchiò di getto e Lord Enrico, atterrito, si trovò tra le mani un rugoso vecchio canuto.

 

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