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politica tri nientedinuovo

Appartengo alla generazione del ’68 che è stata negli anni identificata come il prototipo di una “generazione politica” per eccellenza. Sono stata impegnata in politica a vari livelli di responsabilità e ora, in pensione, mi batto quotidianamente per rendere più vivibile la città che mi ospita da più di 50 anni. Le mie armi, per migliorare la qualità della vita dei miei concittadini, sono “la parola e la penna”, mentre la Costituzione italiana e “il rispetto per l’altro” sono la bussola che guida sempre ogni mia iniziativa pubblica e di conseguenza anche i miei scritti.

Tutti dovrebbero tornare ad interessarsi di politica perché “L’analfabeta politico”, della poesia di Bertolt Brecht, è la causa di molti mali della società.

 

Ritengo questa premessa necessaria per rivendicare, alla mia veneranda età, il diritto di parola in un periodo storico in cui a Trinitapoli bisogna stare attenti ad esprimere valutazioni critiche e opinioni su eventi e comportamenti politici di persone, movimenti e partiti. Perché? Si rischia di essere definiti come minimo “pennivendoli”, da chi ha la sindrome di Napoleone e usa la gogna mediatica per offendere tutti coloro che si discostano dal pensiero unico.

 

Il paese sta soffrendo per lo stigma che lo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose lascerà nella storia del “buon popolo di Trinitapoli”, come fu definito nei documenti del passato, ma cittadini, scuola, associazioni e chiesa, stanno reagendo moltiplicando il numero e la qualità delle attività culturali e sportive, delle ricerche e degli studi sulla povertà educativa, supportati da una Commissione Straordinaria che sta cercando di risolvere anche problemi “antichi” come la chiusura di strutture sportive, gli incendi dei rifiuti e l’occupazione abusiva delle terre demaniali.

 

Abbiamo assistito in questi giorni a qualcosa di estremamente surreale. La Commissione di accesso agli atti, insediatasi in Municipio a luglio 2021, ha preso in esame l’attività amministrativa svolta in 54 mesi dal sindaco Francesco di Feo e in 9 mesi dal sindaco Emanuele Losapio, accertandone l’ingerenza della criminalità organizzata. Ebbene, l’ex sindaco Francesco di Feo ha annunciato in una recente conferenza stampa di volersi ricandidare per “risollevare la città” dal baratro in cui è caduta (leggindr). L’avvocato Francesco di Feo è pronto a sacrificarsi e a garantire a Trinitapoli la presenza di un sindaco “24 ore su 24 per eliminare un disordine che va dalla mobilità urbana al sociale passando obbligatoriamente dalla sicurezza”, un sacrificio che, a suo dire, gli viene richiesto da una fiumana di cittadini che lo fermano per strada e gli chiedono di ritornare a governare in ricordo dei suoi 54 mesi di “successi”

amministrativi.

Sia chiaro, lungi da me l’idea di scoraggiare la buona volontà del neo candidato sindaco, tra l’altro non sostenuto dai partiti di destra. Ognuno è libero di proporsi e di autoproporsi come salvatore della patria, anzi si spera che anche altri dichiarino l’intenzione non solo di candidarsi a sindaco ma soprattutto di rendere noto al “buon popolo di Trinitapoli” il punto più importante del programma amministrativo: LEGALITÀ a caratteri cubitali! Il problema più grande, però, non è la mancanza di umiltà e di riserbo di persone che sono state i protagonisti di una fase sciagurata del paese ma il perpetrarsi di un ancor più sciagurato modo di fare politica. La candidatura è un’autocandidatura e non la “bandiera” di proposte, battaglie, programmi di un partito o di una coalizione di partiti di destra o di centrodestra. Inoltre, assistiamo rassegnati, per l’ennesima volta, a cambi di casacca repentini che sono anche una delle cause del 40% e oltre di astensionismo in Italia. Un esempio eclatante? Nel giro di poche settimane viene nominato il nuovo segretario di “AZIONE” che sostituisce Ruggiero Capodivento. D’improvviso nasce come un fungo un nuovo partito, “IO SUD”, con segretario incorporato eletto dall’alto. Il nome? Ruggiero Capodivento, applaudito da un’assemblea inesistente.

 

Niente di nuovo sotto il sole.

 

ANTONIETTA D’INTRONO (Foto: Giuseppe Beltotto)

 

Il peggiore analfabeta
è l’analfabeta politico.
Egli non sente, non parla,
nè s’importa degli avvenimenti politici.

Egli non sa che il costo della vita,
il prezzo dei fagioli, del pesce, della farina,
dell’affitto, delle scarpe e delle medicine
dipendono dalle decisioni politiche.

L’analfabeta politico è così somaro
che si vanta e si gonfia il petto
dicendo che odia la politica.

Non sa l’imbecille che dalla sua
ignoranza politica nasce la prostituta,
il bambino abbandonato,
l’assaltante, il peggiore di tutti i banditi,
che è il politico imbroglione,
il mafioso corrotto,
il lacchè delle imprese nazionali e multinazionali.

 

Via: Corriereofanto

 

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